Una delle prime domande che la “vittima” di una bufala si pone, dopo essere stato avvertito di aver creduto a una notizia falsa, è perchè? Com’è possibile che vengano create e fatte circolare delle castronerie? Perchè la gente abbocca? Chi c’è dietro? Proverò brevemente (e senza annoiarvi) a spiegarlo.

A luglio 2014 ha iniziato a circolare un’interessante inchiesta condotta da Matt Honan del magazine specializzato Wired, che per 72 ore è “impazzito” e ha deciso di cliccare mi piace su qualsiasi contenuto comparisse nella sua home di Facebook, per alterare il funzionamento dell’algoritmo e analizzarne il funzionamento. Dettagli (leggetelo, ne vale la pena) cliccando qui. Il tutto prendeva l’avvio da un esperimento tenuto proprio da Facebook che per un mese aveva alterato le notizie presenti nei vari feed per analizzare le reazioni e il coinvolgimento emotivo degli utenti (articolo completo qui).

Sostanzialmente, come tutti ormai sanno, ogni like su Facebook “pesa”. E pesa tanto, tantissimo, soprattutto in termini economici. Guadagnare sulla base di una pagina fan ormai sembra essere diventato il mestiere dei furbi del nuovo millennio. Perchè, a questo punto, conviene diffondere bufale?

La bufala, per essere definita tale e quindi “notizia priva di fondamento ma facente fortemente presa sull’emotività della gente e quindi facilmente veicolabile”, deve coinvolgere i lettori. Ci avete fatto caso che gli argomenti sono sempre gli stessi? Ultimamente vanno parecchio di moda gli immigrati, la religione, la casta politica e il terrorismo, ma grandi evergreen sono sempre i vip, i bambini, gli animali, la salute e i soldi. Tutti argomenti di facile presa su una “massa” di per sè poco predisposta a verificare. Cliccare “mi piace” e diffondere una bufala porta vantaggio a chi la crea, perchè a ogni condivisione aumentano i likes, aumenta l'”hype” della notizia, aumenta la sua capacità di circolare tra le bacheche e “scheda” le persone, catalogandole come veri e propri boccaloni e rendendoli ancora più esposti a contenuti fraudolenti di quel tipo.

E poi? E poi arrivano i big money per il creatore che aumenta i click sulla sua pagina fino ad arrivare a un punto in cui, solitamente, spariscono le bufale e iniziano a comparire offerte e banner pubblicitari. Cos’è successo? La pagina è stata venduta (o compartecipata) a qualche società di marketing, che sfrutta il “pubblico” per esporlo a pubblicità aggressiva e spesso indesiderata. Questo nella migliore delle ipotesi, nella peggiore avviene un bombardamento di link falsi, atti a carpire info sensibili e/o ad infettare di malware pc e smartphones perchè il proprietario della pagina ha deliberatamente venduto i propri utenti a qualche malintenzionato (e non per pochi euro, posso assicurarvelo: il business è molto molto elevato).

Il meccanismo è simile a quelle pagine di news che pubblicano link contenenti solo una parte della notizia nel titolo, o titoloni fuorvianti, o foto che non c’entrano nulla, oppure, proprio senza vergogna “vuoi sapere cosa è successo? Clicca” e simili. Lo scopo è solo indurre la persona a cliccare per generare introiti (il cosiddetto clickbaiting).

Cliccare mi piace e diffondere indiscriminatamente notizie non verificate non fa male solo all’utente che si rende involontario veicolo della bufala, ma anche ai suoi contatti che si sentiranno legittimati a imitarlo, in una spirale infinita di guadagni e manovre losche. Verificare e condividere con criterio è un dovere morale onde evitare che individui senza scrupoli si arricchiscano usando i mezzi a nostra disposizione.

Prima ancora di connettere il browser, accertarsi che il cervello abbia già fatto altrettanto 🙂

Sempre sul nostro blog, vi rimandiamo a un articolo che tratta il funzionamento dell’algoritmo del social di Zuckerberg in particolar modo riguardo agli argomenti “tabù” qui

Gli amici di BUTAC invece prendono spunto dall’ennesima castroneria che circola in queste ore per fare il punto sul clickbaiting qui

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