Il mondo non è fatto (solo) di percentuali.
In epidemiologia misuriamo alcuni dati relativi alle epidemie e lo facciamo tramite campionamento (conteggio) di eventi in un intervallo di tempo.
In pratica, scattiamo un certo numero di fotografie di una situazione che si modifica e successivamente le rimettiamo insieme ottenendo una specie di rappresentazione del suo andamento.
Questa rilevazione, che otteniamo contando i nuovi casi di malattia rispetto alla popolazione, ci mostra la probabilità che quella malattia si presenti.
La chiamiamo “incidenza” e la definiamo con una percentuale. Quando vogliamo indicare questa probabilità relativamente a un lasso di tempo, allora la chiamiamo “tasso” di incidenza, e ci indica con che velocità un certo evento infettivo si verifica (ore, giorni, mesi, anni, ecc..).
TASSO DI INCIDENZA

A cosa servono le “incidenze”? Servono a fare delle previsioni.
Accanto all’incidenza e ai tassi di incidenza c’è la “prevalenza”, cioè quel valore che dice in quale proporzione determinati eventi di malattia si verificano in una popolazione (relativamente a una determinata area o criterio).

A cosa serve la “prevalenza”?
Ci serve questo valore quando desideriamo fare una fotografia di una situazione in atto o in un arco temporale già noto.
Serve a capire quale impatto abbia l’evento di malattia sullo stato presente e soprattutto sulla salute pubblica, cioè a confrontare le risorse che abbiamo e quelle che ci servono in base al numero di malati.

Possiamo fare un esempio prendendo come riferimento un evento diverso dalla malattia, di cui per comodità tralasceremo tutte le variabili, con numeri bassi e cifre tonde.
Mettiamo il caso di osservare che in un anno, lavando 100 piatti, io ne rompa 1. La mia “incidenza”, ossia il rischio di rompere un piatto durante l’anno sarà stimata dunque in misura dell’1% .
In una famiglia di due persone, se lavo circa 56 piatti a settimana, si prevede che possa romperne almeno 2 al mese.
In una famiglia di 6 persone, se lavo circa 168 piatti a settimana, potrei romperne circa 7 al mese.
Ma affermare che la rottura dei piatti abbia un’incidenza annua dell’1% non dice nulla di più sulla situazione presente dei nostri piatti relativamente alla capacità di mettere in tavola altre stoviglie.
Pur tenendo conto che la dote di stoviglie e il reddito familiare possano avere un peso notevole sull’impatto della rottura dei piatti, la differenza tra rompere 24 piatti l’anno o romperne 84 non è trascurabile.

Qual è dunque il dato che racconta con più precisione in che situazione ci troviamo?
Tale dato sarà indicato dalla proporzione tra i piatti che rompiamo e i piatti che abbiamo e che si esprime con ciò che abbiamo chiamato “prevalenza”. Possiamo calcolarla in un certo momento oppure nell’arco di un periodo di tempo.
Se la calcoliamo in un periodo di tempo, dobbiamo tenere conto che alcuni dei piatti saranno già rotti e considerare solo quelli rimasti altrimenti ci confondiamo con l’”incidenza”.

Se invece vogliamo calcolare il tasso di incidenza della rottura dei piatti avremo lo stesso numeratore, cioè i piatti rotti, ma al denominatore ci saranno un certo numero di piatti per lasso di tempo.
In questo caso i valori sono quasi identici, sia perché si tratta di un evento “raro” sia perché i numeri sono talmente piccoli che non possono sfuggire altri elementi all’osservazione.
Se superiamo il 10% d’incidenza e abbiamo come denominatore un campione di soggetti in un periodo di osservazione, allora questi due valori cominciano a divergere. Ad esempio, seguendo un gruppo ampio di soggetti suscettibili a un’infezione, possono sfuggirmi alcuni positivi.

Da questo esempio (stupidissimo lo ammetto), appare abbastanza chiaro come ciò che conta non sia solo l’incidenza, ovvero la probabilità che qualcosa si verifichi, ma in assoluto la quantità di eventi che si verifica e come questa quantità influenzi la situazione di partenza determinando una realtà istantanea. Cioè “cosa sta succedendo in questo momento” e non “cosa è probabile che succeda”.
Per questo motivo, quando parliamo di incidenza di una malattia, stiamo considerando una probabilità che non definisce quale sia la situazione ma soltanto come la situazione evolva sulla base dei comportamenti passati (che è necessario per considerare alcuni aspetti ma non è sufficiente per considerarne altri).
Se questo è fondamentale per fare previsioni, non è utile ai fini della comprensione dello stato di cose dovuto alla malattia: possiamo avere la stessa (o addirittura minore) incidenza o letalità per due malattie ma una può propagarsi a una velocità molto maggiore rispetto all’altra ed essere meno gestibile.
Quando invece vogliamo sapere “a che velocità” ci si infetta e si muore di una certa malattia, calcoliamo il tasso di incidenza e il tasso di letalità (oppure quello di mortalità).

TASSO DI LETALITÅ


Per questa motivazione, non è possibile considerare la gravità di una malattia in modo indipendente dalla prevalenza, cioè dai numeri assoluti, e non può essere sufficiente avere una bassa incidenza o una letalità dell’1% o del 2% per dire che una malattia non è pericolosa.
Se abbiamo un gran numero di individui infetti e contagiosi, un alto tasso di incidenza (cioè la velocità con cui compaiono nuovi casi) e un alto tasso di mortalità (la velocità con cui abbiamo nuovi morti) che è inevitabilmente influenzato dal dato precedente e, se tutto questo si rapporta in modo sproporzionato con la nostra capacità di farvi fronte, allora una malattia la cui letalità sia inferiore a 1% può comunque creare grossi problemi.

È questo il caso di Covid 19 rispetto all’influenza o alla Sars.
La prima ha una maggiore incidenza presunta, la seconda una letalità maggiore, ma entrambe hanno avuto minore impatto sulle nostre risorse.
La motivazione, oltre al tasso e quindi alla velocità di decessi su infetti per lasso di tempo, è la seguente: prima di morire si suppone che un malato, in condizioni critiche, venga ospedalizzato.

Questo ha due conseguenze.
La prima è che il tasso di letalità viene calcolato rapportando i soggetti deceduti a un gruppo di controllo che, spesso, non comprende i soggetti stessi ma ne comprende altri che si sono ammalati successivamente (a causa della diversa lunghezza del periodo di malattia precedente il decesso).
La seconda è la coesistenza di un gran numero di ricoverati gravi e l’impossibilità di ospedalizzarne di nuovi.
Pertanto, se anche volessimo prescindere dal fattore umano, non ci interesserà che ogni 100 persone ci siano “solo” 2 morti, nel momento in cui ci siano 10.000 contagi e quei 2 morti si producano ogni 7 minuti circa.

Esistono moltissimi altri parametri che ci consentono di calcolare i rischi e di analizzare l’andamento di un’epidemia (e non solo), di farlo con buona approssimazione e di ottenere risposte valide; ma quello che hanno in comune è che sono materia di studio accurato e che devono essere applicati in modo rigoroso. Il mio fine era evidenziarne la necessità, spiegando come possa essere fuorviante affidarsi incautamente a certi numeri per un profano.

Non gli allarmismi né la superficialità possono insegnarci a far fronte ai problemi, nemmeno nelle nostre singole vite, ma la capacità di valutare le situazioni da ogni angolazione.
Senza pregiudizi a favore o contro.


SE VOLESTE APPROFONDIRE

http://old.iss.it/binary/publ/cont/0394_9303_2006_I_06-S2.1145354129.pdf


https://www.quadernodiepidemiologia.it/epi/freq/inc_pre.htm


https://www.epicentro.iss.it/influenza/FluNews#evidenza


http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioNotizieNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4077


CREDITS:
immagine del tasso
http://www.sanpaolo.fisac.cgil.it/tasso3.jpg